INTERVISTA A RINA LATU, Vice-presidente AVIS nazionale
“Fare del bene paga sempre: l’augurio che faccio a tutti è di essere in buona salute e di trovarsi sempre nella condizione di donare e non di dover ricevere”.
Rina Latu nata a Bitti 61 anni fa da 20 anni è presidente dell’Avis del suo paese, ma è stata presidente provinciale, vice presidente regionale, consigliere nazionale e attualmente vicepresidente vicario dell’Avis nazionale.
Che ricordi ha della sua infanzia?
Mio padre era un operaio, mia madre casalinga, i miei genitori avevano la terza elementare, ma con noi hanno voluto investire in cultura. Le figlie erano più garantite se c’era il maschio. Mio padre era preoccupato di questo e ha fatto in modo che crescessimo autonome per non dipendere dagli altri.
Che tipo di futuro spettava alle giovani donne?
O andavano fuori a servizio in qualche famiglia o sposarsi. I miei genitori sono stati lungimiranti. C’era un rapporto bellissimo con loro. La domenica mio padre preferiva giocare con noi piuttosto che uscire con gli amici. Riprendeva mia madre quando ci minacciava che al ritorno dal lavoro babbo ci avrebbe punito. “Non devono temere il mio ritorno, ma aspettarmi con gioia – le diceva.
Che studi ha fatto?
Mi sono diplomata alle magistrali a Nuoro, mi sono iscritta alla facoltà di magistero poi ho abbandonato gli studi perché mi sono sposata e ho avuto tre figli uno dietro l’altro. Mi sono specializzata però come insegnante di sostegno alla scuola ortofrenica di Sassari. Per nove anni ho insegnato ai bambini portatori di handicap. Quell’esperienza mi è servita moltissimo. Poi ho insegnato alla scuola comune.
Se potesse tornare indietro rifarebbe l’insegnate?
Anche se dovessi rinascere dieci volte. In 35 anni non ho mai avuto problemi di conflitti con bambini, colleghi. L’ultimo giorno avevo l’entusiasmo del primo, nella misura in cui credi nelle cose riesci ad essere incisiva.
Che cosa ha imparato dalla sua professione?
Faccio agli altri quello che voglio sia fatto ai miei figli. Ho cercato di dare il massimo, vedevo negli alunni i miei figli, mi adoravano ma mi rispettavano. Sono esigente grazie all’educazione che ho avuto, lo sono prima con me stessa poi con gli altri.
Per questo motivo è entrata nel mondo del volontariato?
Insieme all’esperienza nella scuola. Mi ripetevo continuamente Che cosa ho fatto io di grande per avere dei figli sani. Volevo restituire questo dono.
Come mai ha scelto l’Avis?
Nel ’91 insegnavo a Lula ed ero anche assessore ai servizi sociali a Bitti. Un collega mi spinse ad organizzare una raccolta di sangue in paese. Un altro collega faceva parte del direttivo dell’Avis. Da allora non ho più abbandonato l’associazione.
Come ha fatto a trovare il tempo per fare la mamma?
Ho sempre avuto l’appoggio di mio marito, altrimenti avrei rinunciato. Ho aspettato che i miei figli diventassero autonomi, da piccoli li ho voluti allevare io.
E oggi?
Seguo il settore scuola e formazione dell’Avis nazionale, quindi vado spesso fuori. Ho delle grosse responsabilità, ma anche con fatica porto avanti i miei impegni. A questi livelli non ci si può improvvisare.
Anche il donatore non si può improvvisare?
Un donatore deve curare l’alimentazione, l’igiene, fare sport, è lui stesso portatore del messaggio che bisogna condurre uno stile di vita sano. Si fa anche prevenzione di malattie. Ci sottoponiamo regolarmente ad una batteria di esami. Molti donatori hanno scoperto delle anomalie e hanno potuto intervenire prima che fosse troppo tardi.
Se le offrissero l’incarico di presidente nazionale lo accetterebbe?
No. Mi sento già utile anche così.
La situazione delle donazioni in Sardegna.
Abbiamo un buon indice di donazioni ma l’obiettivo è crescere sempre di più. L’autosufficienza sarà un miraggio a lungo termine: si sta cercando di inserire gli immigrati ma stanno aumentando i consumi di sangue. Oggi l’aspettativa di vita dei talassemici è aumentata notevolmente. In Sardegna abbiamo 1200 talassemici adulti, che ogni 10-12 giorni hanno bisogno di essere trasfusi, quindi il 50% delle sacche va a loro. Con la prevenzione fortunatamente la nascita di bimbi talassemici è quasi zero.


