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NONSOLOBARONIA: Blog di Marco Camedda

LA NOSTRA "PIAZZETTA VIRTUALE" DOVE CI SI INCONTRA TRA BUONI AMICI

Archivio

Categoria: scultura

…per il traguardo che mi avete fatto raggiungere…

…Cari Saluti,

Marco Camedda

IN CORSO A  PORTO CERVO

LA MOSTRA D’ARTE  DI ALFONSO SILBA

artista di origine avellinese

e sardo-oroseino di adozione

Le opere dello scultore esposte a Firenze.

Un progetto cominciato ad Assisi e Padova

FIRENZE. L’itinerario francescano di Pinuccio Sciola iniziato ad Assisi e proseguito a Padova nella cappella degli Scrovegni si conclude in questi giorni nella basilica di Santa Croce a Firenze.

In questi luoghi l’artista di San Sperate ha disseminato le sue pietre e i suoi semi di pace. Opere a cui si può attribuire un senso attraverso i titoli evocativi, una manifestazione di pace e una testimonianza di fede attraverso la didascalia del simbolo.

La verità è che queste pietre parlano di un’essenza che va oltre l’oggi e l’umano. «Esistono da prima e prima ancora – dice l’artista – da prima della creazione, se è vero che l’universo è stato creato da un suono, come ci dice la Genesi, la pietra che produce la vibrazione viene prima del suono. E il suono contenuto dalle pietre ha attraversato le ere, è conservato all’interno di questa materia che pare ferma e priva di vita, e invece si rivela sonora. Dentro la pietra chiusa e oscura è richiusa anche la luce». Suonarla è un gesto considerato da Gillo Dorfles «l’equivalente d’un evento sacro». Concetti ribaditi dal discorso che l’assessore alla cultura di Firenze il filosofo Sergio Giovone ha tenuto all’inaugurazione a Santa Croce.

Il ragazzo di pianura

Questa sacralità porta l’opera di Sciola nella corrente dell’arte contemporanea che non guarda all’attualità e al mondo, ai suoi simboli e idoli che critica o adora, ma piuttosto all’immanenza della natura, che non ha un inizio o una fine ma viene «prima e prima ancora» come ripete l’artista. «Ero un ragazzo di pianura che guardava le montagne di pietra, io sono nato dalla pietra. A San Sperate le cercavo per scoprirne il suono, attraverso loro volevo ascoltare il canto delle montagne lontane all’orizzonte – racconta lo scultore – . La Sardegna è un isola di pietra e nell’isola ho imparato che ogni elemento della natura è sacro e che la pietra è viva».

L’immaterialità del suono è la vera protagonista della sua arte di oggi, perché l’oggetto scultura vive per produrlo, le sue connotazioni estetiche, le profonde incisioni, le linee parallele o intersecanti, sono una conseguenza di questa funzione primaria; suonare. La produzione dell’oggetto, della scultura icona è, in questo caso, superata dalla scoperta della vibrazione insita e già contenuta nella pietra e trovata “per via di togliere” anche in questo caso.

Il tempo è meraviglia

«Tutta la nostra tecnologia ha la pietra come elemento fondamentale, a partire dal silicio – dice Sciola – questo è importante perché l’uomo, che nasce implume e solo, abbandonato nel mondo, come primo gesto scava con le unghie la pietra per ritornare dentro la madre terra. E così che io esploravo e sentivo dentro la pietra questa memoria del tempo».

Il tempo è un altro grande protagonista dell’epos dello scultore «Ero un ragazzo con solo una giacchetta e una borsa di studio a Firenze negli anni ’60, e l’inverno qui è duro – racconta – mi fermavo nella chiesa del Carmine per far visita a Masaccio, i suoi apostoli vestiti dai panneggi pesanti, pieni di storia… me li sentivo addosso quei panni e mi scaldavano. Sono tornato molti anni dopo, quelle vesti erano nuove e splendenti gli avevano tolto tutto il tempo. Ero molto dispiaciuto, il tempo è una cosa meravigliosa, è muto, dargli voce è compito dell’artista».

Qual è il compito dell’arte, quindi per Pinuccio Sciola?

«L’arte e l’opera che trasmette l’emozione, anche un sorriso può provocare la stessa cosa. Ma come per Goya un artista è anche cronista e profeta, vive il suo tempo e attinge dal suo mondo. Ma spesso oggi diventa non un generatore di emozioni ma un produttore di oggetti, a Salisburgo incontrai un pittore imprigionato da un contratto capestro che gli imponeva la produzione di un solo tipo di opere che raccoglievano il gradimento del pubblico, una tortura. Oggi sento la mancanza della voce degli artisti che non raccontano queste centinaia di vite sparite nel mare, il mondo è egoista e governato dal dio denaro».

Momento indimenticabile in questi giorni a Firenze davanti alla tomba di Michelangelo.

Davanti a Michelangelo

«Abbiamo fatto una piccola processione con gli organizzatori, per portare le pietre e un piccolo tavolino di legno – racconta l’artista – ci tenevo davvero tanto. C’è la storia della rabbia di Michelangelo verso il suo Mosè il suo grido “perché non parli!“, anche lui cercava il suono del marmo quindi. Penso che non lo trovasse perché la pietra va accarezzata con dolcezza senza rabbia. Ho suonato con l’archetto per avere i suoni più dolci da dedicare al grande maestro». La basilica piena del cicaleccio dei turisti si è zittita di colpo, lentamente la gente si è avvicinata per assistere a un concerto davvero unico, una melodia uomo e pietra per rappresentare la chiusura della lotta con il marmo del maestro del Rinascimento.

Al termine l’emozione della presidente dell’Opera di Santa Croce, Stefania Fustagni: «Non vorrei profanare questo silenzio ma vorrei significare che queste basiliche non raccolgono solo arte ma continuano a produrla, grazie maestro per questo grande regalo».

**DA; La Nuova-Paolo Curreli-16 ott 2013**

PER IL SECONDO ANNO CONSECUTIVO,

L’ORIGINALE CREAZIONE DEL CENTRO DIURNO

SI AGGIUDICA IL PRIMO PREMIO

Le “statue di cartone” hanno fatto centro per il secondo anno consecutivo.

Gli utenti e gli operatori del Centro Diurno di Tonara, struttura riabilitativa diretta dal Centro di Salute Mentale di Sorgono, hanno brillantemente vinto il primo premio del concorso sul presepe più caratteristico e significativo, organizzato anche questo anno, in occasione delle feste natalizie, dal Comune di Tonara.

La premiazione si è svolta il 5 gennaio scorso nel Centro Polifunzionale del paese, alla presenza del sindaco, dell’assessore ai servizi sociali e degli operatori della struttura.  Il premio, pari a 500 euro, servirà per coprire le spese sostenute dall’attività riabilitativa, ma anche per un meritato momento conviviale e di festa nella stessa struttura.

Le statue del presepe, realizzate interamente in carta e cartone dagli utenti della struttura, sotto l’abile guida dell’operatore artistico Manuel Puddu, hanno voluto rappresentare le difficoltà delle famiglie di fronte alla crisi che stiamo attraversando, in modo particolare nella nostra Isola. Come tutti gli anni il “Progetto Presepe” – oltre che coinvolgere gli utenti in un programma riabilitativo nel quale vengono potenziate e valorizzate le capacità tecniche, artistiche e creative di ciascuno, all’interno di un percorso riabilitativo personalizzato – ha rappresentato, e continua a rappresentare, un significativo momento di comunicazione della struttura psichiatrica diretta dal Centro di Salute Mentale di Sorgono, con il contesto sociale e culturale del momento che stiamo vivendo.

Il presepe del Centro ha avuto un significativo riconoscimento anche dalla rassegna natalizia “Sulle vie dei Re Magi”, organizzata dal Centro dell’Autonomia di Oristano in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale della stessa ASL oristanese. Una pergamena di riconoscimento è stata consegnata agli utenti e operatori di Tonara nel corso di una cerimonia che si è svolta a Oristano lo scorso 7 gennaio.

Sarà possibile ammirare l’originale presepe di cartone, situato nel cortile antistante la struttura di “Sa Colonia”, fino al 25 gennaio 2013.

(DA: comunicato Asl Nuoro-15 gen 2013)

 

L’INIZIATIVA. Sarà realizzato dall’artista Maria Lai vicino alla chiesa della Solitudine L’amministrazione ricorda la scrittrice nuorese Premio Nobel

A pochi passi dalla chiesetta della Solitudine, che custodisce le spoglie di Grazia Deledda, prende forma una scultura di grandi proporzioni omaggio al Premio Nobel nuorese. A idearla un’altra donna dalle straordinaria capacità artistiche, Maria Lai, allieva dello scrittore Salvatore Cambosu e amica dello scrittore di Villacidro Giuseppe Dessì.

Grazia Deledda in una mia grafica

Il risultato finale sarà un intreccio di cornici in granito, su cui prenderà forma una sorta di labirinto solcato da fili e trame. I visitatori che si avvicineranno a contemplare simbolismo e genialità, si sentiranno sovrastati da una pesante eredità: quella di conservare la memoria di donne uscite dall’anonimato con la forza del proprio intelletto. L’intera composizione, una portata a compimento, richiamerà tre arti: quelle della scrittura e della scultura (per secoli appannaggio degli uomini), che portano la firma di due donne, e la millenaria arte della tessitura, questa rimasta sempre tutta femminile.

L’amministrazione comunale di Nuoro ha scelto ancora una volta di ricordare Grazia Deledda con un monumento (ne venne fatto realizzare un altro nei giardini di piazza Italia, un mezzo busto che riproduce le fattezze della scrittrice, opera di Lucia Caggiari Guiso). La collocazione scelta questa volta però è decisamente più suggestiva: la vallata di Funtanedda che congiunge con un colpo d’occhio Nuoro ai paesi cari alla scrittrice, Oliena e Galtellì prima di tutti, dove sono ambientati molti dei suoi romanzi più celebrati.

(Da:L’Unione Sarda-Maria Bonaria Di Gaetano-3 feb 2012)

L’omaggio di Maria Lai al Nobel

 Ma intanto Salvatore Satta resta lo scrittore dimenticato

Tra alcuni giorni la scultrice Maria Lai consegnerà all’amministrazione comunale il monumento da lei progettato su una piazzola a meno di cento metri dalla chiesetta della Solitudine, in omaggio al premio Nobel per la letteratura Grazia Deledda.

È questo il secondo omaggio alla memoria della scrittrice.

Grazia Deledda in una mia grafica

Il primo è costituito di un piccolissimo busto in bronzo realizzato dall’artista nuorese Lucia Caggiari Guiso, sistemato nell’area verde di piazza Italia, all’altezza del palazzo comunale di via Dante. Tra gli altri monumenti dedicati ai nuoresi dell’Atene sarda, quelli di Francesco Ciusa al poeta Sebastiano Satta sul colle di Sant’Onofrio, per la cui progettazione dello scultore più bravo e più famoso dell’isola, nel 1908 la giuria della Biennale di Venezia gli conferì una menzione particolare per la “Madre dell’ucciso”. Che risulta essere l’opera più prestigiosa e famosa dello scultore barbaricino. Il terzo, riferito alla piazza-monumento dedicata a un’artista di valore internazionale come Costantino Nivola, è quello di piazza Sebastiano Satta.

Ce ne doveva essere un terzo: vale a dire una scena del “Il giorno del giudizio”, di cui è autore il giurista-scrittore Salvatore Satta, da realizzarsi nello spazio verde di piazza Indipendenza, di fronte al palazzo municipale e provinciale, nonché alla Camera di commercio, e agli istituti scolastici delle magistrali e del liceo classico.

Sette-otto anni fa l’amministrazione comunale aveva deliberato di promuovere un concorso internazionale per la progettazione e realizzazione di un’opera d’arte che celebrasse la memoria dell’autore del grandioso affresco letterario, celebre in quasi tutto il mondo.

Da allora non si è più saputo niente di niente. Anche quando la società Nuoro Ambiente aveva messo a disposizione un contributo finanziario di 51mila e 645 euro, mentre altri 100 mila erano stati promessi dalla Fondazione Banco di Sardegna. Piazza Indipendenza, luogo scelto per la localizzazione del monumento al giurista-scrittore, è rimasta fino ad ora intonsa, e il progetto relativo alla celebrazione dell’insigne cittadino relegato nel dimenticatoio. Nonostante la grande fama conquistata dall’autore de “Il giorno del giudizio”, giudicata da molti critici una delle opere letterarie più importanti della seconda parte del secolo scorso.

(Da:La Nuova-antonio bassu-23 gen 2012)

Sette opere dello scultore nel museo cagliaritano

Sette nuove opere di Francesco Ciusa si sono aggiunte da ieri alla collezione della Galleria Comunale di Cagliari.

Primo museo cittadino per fondazione che nel 1934, appena costituito, organizzò la prima personale dell’artista che, dando slancio all’intero afflato creativo della Sardegna, era stato premiato alla Biennale di Venezia del 1907 per “La madre dell’ucciso”. Un’icona del lutto e della dignità silenziosa, nella posa contratta di una donna anziana che rivela la sua disperazione nelle mani strette sulle ginocchia e nelle labbra serrate sino a quasi scomparire.

Tre, i pezzi che sono stati dati in comodato d’uso gratuito alla Galleria dagli eredi di Mario Ciusa Romagna, nipote dello scultore e luminoso intellettuale.

Uno, notissimo, è “La campana”. Uno stucco a marmo che rappresenta un pastore che ingloba due pecore nel suo manto e abbraccia e protegge un figlioletto in lacrime. Sintesi della complessa poetica di Francesco Ciusa, che sempre miscelò amore e dolore. Situato non lontano, il “Ritratto di Sebastiano Satta”, busto in gesso che è un particolare del monumento al poeta che fu eretto a Nuoro sul colle di Sant’Onofrio e poi distrutto dai vandali .“Il dormiente”, bronzo con le fattezze di un magro ragazzino, piaceva molto a Emilio Lussu. Lo guardava a lungo, quando andava a visitare il Professor Ciusa Romagna e la sua bella moglie Maria Luisa Valla.

«Abbiamo cambiato l’allestimento della Sala Sarda», spiega Annamaria Montaldo, direttore del Museo. Ad aprire il percorso espositivo è ora la “Madre dell’ucciso”, opera giovanile e somma di un Francesco Ciusa ventiquattrenne. A chiuderlo, quattro bellissimi pezzi in legno appartenenti alla raccolta comunale. Sono sbozzati con mano elegante, “Il falconiere”, “Prime acque di maggio”, “L’adolescente” e una dolcissima “Madonnina”. Figure slanciate e ben tornite che richiamano l’abilità di ceramista dell’autore.

La scultura e l’anima”, questo il titolo dell’iniziativa, riassume le fasi salienti della produzione di Francesco Ciusa. Artista che ebbe una vita piuttosto tormentata e perdette molti dei suoi lavori nel bombardamento del ’43 che colpì il suo studio in via Alghero e i decori eseguiti per il Palazzo Civico di Cagliari.

Nato a Nuoro nel 1883, aveva studiato all’Accademia di Belle Arti di Firenze, città dove seguì per qualche tempo i corsi della Scuola Libera del Nudo. Quando vinse alla Biennale di Venezia, l’attenzione della critica fu tutta per lui. Colpì, quella mater dolorosa senza più pianto. Gli offrirono di trasferirsi a New York per dirigervi uno stabilimento. La proposta consisteva nella somma di £ 70000, più gli utili e uno stipendio mensile. «Non andare», gli dissero gli amici Grazia Deledda e Sebastiano Satta. Ciusa restò, ma mai si liberò dei problemi economici. Aprì il laboratorio S.P.I.C.A. (acronimo di Società Per l’Industria Ceramica Artistica), atelier dove plasmò le splendide terrecotte a stampo, dipinte a freddo, oggi molto ambite dai collezionisti. In seguito si trasferì ad Oristano come direttore della Scuola di Arte Applicata e nel 1925 si stabilì per il resto della sua esistenza a Cagliari. Qui morì, nel 1949.

Da:L’Unione Sarda-Alessandra Menesini-18 nov 2011

giovanni-canu-dentro-la-formaL’esposizione a Orani

Sparse tra le frese e le morse dell’Azienda Zichi di Orani, le opere di Giovanni Canu si nutrono ancora dei massi di granito grezzo da cui sono state generate.

Issate su piedistalli di lastre sovrapposte, mantengono uno stretto rapporto coi blocchi smerigliati o appena sbozzati che occupano con discrezione lo spazio del laboratorio generosamente prestato fino al 23 ottobre alla mostra “Dentro la forma”. Titolo indovinato perché Giovanni Canu fora la pietra e, trapassandola con aperture rotonde e acuti tagli che accolgono inserzioni di metallo, mette in atto una simbiosi tra materiali diversi. Gli innesti di fili di rame o di lana, le figurine, gli intagli, soddisfano la sua evidente intenzione narrativa ma affollano con eccessivi rimandi le scabre superfici di continuo interrotte.

Sulle grandi sculture appaiono stilizzati scudi nuragici, pozzi sacri, domus de janas. Un immaginario avito che quasi combatte con le istanze personali di una poetica dominata dalla presenza umana e dal trauma, quasi un’ossessione, del distacco dal grembo materno. «Certe figurazioni sintetiche – scrisse Rossana Bossaglia nel 2002 – realizzate a ritmo dinamico, appaiono come mitiche gare di corsa, tra il circo classico e il mistero della vita cavernicola». Si dichiara attratto dalle forme semplici, Giovanni Canu, e afferma di aver compiuto un percorso dal minimalismo all’arcaico. Ovvero, dai linguaggi contemporanei esperiti dalla sua generazione (è del 1942) al ritorno ai megaliti isolani e alla cultura di Madri e di Giganti che la contraddistinguono.

Nato a Mamoiada, cresciuto a Nuoro sotto l’influenza di Raffaello Marchi, ha studiato all’Accademia Albertina di Torino e poi all’Accademia di Brera, vive a Milano da moltissimo tempo ma ha mantenuto saldo legame con la Barbagia. Dopo l’esordio pubblico – nel 1962, alla Galleria del Liceo Artistico di Cagliari – ha accumulato un prestigioso curriculum corredato da notevole bibliografia. Ha seguito, negli anni, un iter creativo riassunto nella mostra ospitata dalla ditta Zichi Graniti anche da una serie di bozzetti realizzati in argilla espansa dipinta a tinte forti. Prototipi della schiera di sculture che, in ordinata successione, danno ragione alle parole scritte da Salvatore Niffoi nella brochure dell’esposizione inaugurata dalla tromba di Paolo Fresu: «L’uomo che mette le ali alle pietre, dà l’idea di come possa avvenire l’espansione dell’umano, lo stare dentro e fuori la materia, il dialogare poeticamente con il ventre di pietra che ha partorito le montagne».

In questa cosmogonia, il cuore del luminoso granito è trafitto da lame, legato da corde, cucito con zanche di ferro. Sulla roccia torna l’eco flebile dei pastori e delle prefiche che Canu rappresentava nei primi quadri. Da allora, l’artista perfeziona una ricerca che salda l’astrazione ai retaggi di una remota civiltà che sente ancora viva e presente. Il filtro attraverso il quale passano le sue composizioni, è però, sopra ogni cosa, quello della sensibilità individuale.

(Da:L’Unione Sarda-Alessandra Menesini-25 set 2011)

La casa settecentesca è stata acquisita da un mamoiadino e da una nuorese. In mostra le riproduzioni artistiche di 110 bronzetti nuragici

logo-casa-sodduUna collezione di 110 statuette in terracotta opera del ceramista asseminese Vittorio Matta che riproducono fedelmente i più famosi bronzetti ritrovati nei siti nuragici della Sardegna. Tutte in bella mostra con didascalie che ne raccontano la storia e l’attuale ubicazione.

Tutto questo in un suggestivo spazio espositivo ricavato in un locale settecentesco del centro storico oroseino. È questo il pezzo forte di «Casa Soddu», una casa museo privata che mercoledì 25 maggio aprirà le sue porte al pubblico. La dimora padronale con il suo splendido cortile ubicata in via Roma 1 acquisita diversi anni da Giuseppe Soddu e dalla moglie Tiziana Gabba (mamoiadino lui, nuorese lei, ma da anni oroseini acquisiti) già negli anni scorsi è stata più volte location per concerti jazz o per la presentazione di alcuni libri. Dalla prossima settimana, arricchita anche da un grande guerriero e da una Dea madre realizzate dallo stesso Giuseppe Soddu, diventerà un museo didattico.

La dichiarata intenzione della neo costituita associazione di promozione sociale no profit «Casasoddu» è infatti proprio quella di diffondere e far conoscere a tutti (dalle scolaresche ai turisti) la storia della Sardegna più antica e misteriosa anche se la sua corte rimarrà a disposizione per ospitare qualsiasi iniziativa che serva alla valorizzazione e alle divulgazione della cultura, dell’arte in generale e in particolare del patrimonio culturale, storico, naturalistico e archeologico sardo. «Il nostro intento – spiegano Giuseppe Soddu e Tiziana Gabba – è quello di prestare la nostra collaborazione anche ad altre istituzioni a fini di utilità sociale e a scopo benefico per lo svolgimento di manifestazioni ed eventi culturali. Oltre alla mostra delle riproduzioni dei guerrieri e delle navicelle votive esposte nel museo, vogliamo continuare a tenere aperte le porte della nostra sede per tutti quegli appuntamenti che siano da stimolo al dibattito culturale e che rilancino anche la vivibilità del centro storico oroseino». E la prima iniziativa, subito dopo l’inaugurazione prevista per mercoledì, è in programma per domenica 29 maggio quando nel cortile di casa Soddu, in concomitanza con la festa di santa Maria ’e mare, alcuni artigiani di Santa Giusta costruiranno in diretta un «fassoni» che poi nel pomeriggio seguirà la processione della barche infiorate lungo il Cedrino.

(Da: La Nuova-Angelo Fontanesi-19 mag 2011)

il pane
Trasferta romana per la scultura “Il pane”

di Francesco Ciusa.

L’opera del 1907, donata in comodato d’uso dalla Regione al Comune, ed esposta al Museo Ciusa in piazza Santa Maria della Neve, è stata portata a Roma.

regionietestimonanzeditaliaSarà presentata al pubblico con altri tre lavori provenienti dalla Sardegna (di Giovanni Marghinotti, Maria Lai e Costantino Nivola) nel salone centrale del Vittoriano in occasione della mostra “Regioni e Testimonianze d’Italia”.Un appuntamento di grande importanza, inaugurato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

La sezione “1861-2011. L’Unità dell’Arte italiana nella diversità delle Regioni”, curata da Louis Godart, sarà visitabile fino al 3 luglio.

(Da:Unione Sarda- l.u.-2 apr 2011) -foto  da internet

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