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NONSOLOBARONIA: Blog di Marco Camedda

LA NOSTRA "PIAZZETTA VIRTUALE" DOVE CI SI INCONTRA TRA BUONI AMICI

Archivio

Categoria: scoperte

Esiste una correlazione,

tanto ancestrale quanto scientifica,

tra i colori, l’umore e i nostri parametri vitali.

A spiegarlo e’ stato Piero Barbanti, Primario Neurologo del San Raffaele Pisana di Roma, secondo il quale non tutti i colori sono uguali per il cervello e diversi sono gli effetti che questi determinano sul nostro stato d’animo, sulle nostre prestazioni fisiche nonche’ sui parametri vitali, quali ad esempio pressione arteriosa e frequenza cardiaca.

Il verde e il blu sono i colori preferiti dall’essere umano.

“Questi dipende probabilmente anche dalla serena rievocazione dell’immagine di cieli e prati”, ha detto Barbanti. “E’ dimostrato che il blu riduce la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa e la frequenza del respiro, attivando il sistema nervoso parasimpatico”, ha aggiunto.

E’ inoltre accertato che questi colori stimolino le attivita’ creative. Il rosso, invece, sarebbe collegato all’attivazione negli individui maschili di alti livelli di testosterone e quindi una maggiore aggressivita’, motivo per cui ad esso sarebbe connessa anche una migliore prestanza fisica e sportiva. “Esiste una fiorente letteratura – ha detto Barbanti – che ha evidenziato che negli ultimi cinquanta anni la Premier League inglese sia stata vinta prevalentemente da chi indossava divise rosse“.

Il nero invece ha un legame con stati depressivi.

“In presenza di un soggetto depresso a ha sottolineato Barbanti – compare una preferenza netta per i colori negativi (nero e grigi), una sensibile riduzione del rosso tra quelli neutri e un’abolizione dei toni positivi (verde e giallo in particolare). La spiegazione e’ che l’influenza esercitata dal sistema emotivo sull’ipotalamo fa quasi rifiutare al paziente di accettare stimoli visivi importanti, preferendo toni poco luminosi, in perfetta sintonia con il rifiuto della vita tipico del depresso”. Infine l’esperto ricorda che e’ scientificamente provato che associare determinati colori (intesi come ambiente) ad una terapia puo’ essere molto vantaggioso.

I toni caldi (tonalita’ del rosso) hanno la proprieta’ di migliorare l’umore, la pressione, la frequenza cardiaca e l’attivita’ muscolare. Quelli freddi invece (tonalita’ del blu) sono utili per ansia, tensione muscolare e ipertensione arteriosa”.

(DA: AGI.it-12 Febbraio 2015)

Secondo uno studio

della Pennsylvania State University, questo alimento infatti sarebbe ricco di sostanze nutritive capaci di ridurre il colesterolo, mantenere la linea e di allontanare il rischio di sviluppare una malattia cardiaca.

Per questo i ricercatori sono convinti che consumare circa 42 grammi al giorno di mandorle potrebbe ridurre il rischio di morte precoce. Per arrivare a queste conclusioni, pubblicate sul Journal of the American Heart Association, i ricercatori hanno confrontato le diete di 52 persone in sovrappeso, di adulti di mezza eta’ con colesterolo alto per 12 settimane.

Gia’ studi precedenti hanno dimostrato che una dieta ricca di mandorle e’ legata a un miglioramento della salute del cuore, ma questo e’ il primo grande studio condotto sull’argomento. Come parte dell’esperimento meta’ dei soggetti e’ stato invitato a mangiare dei muffin di banane per sei settimane che hanno fornito la stessa quantita’ di calorie delle mandorle intere naturali, mangiare dall’altra meta’ del gruppo.

Nonostante le differenze di peso fra i due gruppi di soggetti, la dieta a base di mandorle e’ stata associata a una riduzione significativa del grasso che si accumula sul girovita e sulle gambe. Non solo. Le mandorle sono state associate anche a una riduzione del colesterolo e, di conseguenza, a una riduzione del rischio si sviluppare malattie cardiache.

(DA: Agi.it-9 Gennaio 2015)

Astinenza da alcol blocca memoria.

Ecco lo studio dei ricercatori sardi

Lo studio è stato fatto da un’équipe di ricercatori delle Università di Sassari, Cagliari e Palermo.

L’astinenza da alcol rallenta le funzioni fondamentali del cervello, come l’apprendimento e la memoria, e questo meccanismo provoca la necessità di assumere altro alcol. Manca infatti la dopamina. E’ la scoperta fatta da un’equipe di ricercatori delle Università di Sassari, Cagliari e Palermo, ed è stata pubblicata sulla rivista scientifica Pnas.

Secondo lo studio, gli esseri viventi ricevono e rispondono agli stimoli ambientali durante tutta l’esistenza, questa monumentale quantità di informazioni è immagazzinata nel sistema nervoso centrale e assicura la plasticità comportamentale dell’organismo. Mantenere un cervello altamente flessibile, quindi non solo generare nuove memorie ma anche dimenticare, è essenziale per adattarsi all’ambiente costantemente mutevole che ci circonda.

Questo comportamento virtuoso non si riscontra nel cervello dell’alcolista in astinenza a causa della mancanza di dopamina. Tale insufficienza è alla base del processo che impedisce la formazione di meccanismi come “long term depression” e “decision making” dell’alcolista, ha spiegato Marco Diana, dell’Università di Sassari, che ha coordinato il team di ricercatori composto da Saturnino Spiga ed Enrico Sanna dell’ateneo di Cagliari e Carla Cannizzaro dell’Università di Palermo.

(DA: L’Unione Sarda.it-12 Agosto 2014)

SCIENZA-GENETICA: SCOPERTA SARDA

Lo studio su tremila isolani pubblicato su Cell e su Science è stato coordinato da Francesco Cucca dell’università di Sassari

E’ sarda l’équipe di scienziati del Consiglio Nazionale delle Ricerche che ha scoperto l’ereditarietà del sistema immunitario.

Di che cosa si tratta?

Il sistema immunitario spiegano gli scienziati, è un complesso network di cellule, tessuti e organi che lavorano insieme per combattere gli agenti patogeni. Il numero delle cellule immuni è particolarmente importante per il corretto funzionamento del sistema immunitario e per il nostro stato di salute, ma non è chiaro se esso dipenda semplicemente dalla reazione rispetto alle infezioni o se sia anche soggetto a fattori genetici. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista “Cell” con oltre 30 autori italiani a poche settimane di distanza da un’altra pubblicazione dello stesso gruppo su Science.

Il gruppo di ricerca guidato da Francesco Cucca, direttore dell’Istituto di ricerca genetica e biomedica del Consiglio nazionale delle ricerche (Irgb-Cnr) e professore di Genetica medica dell’Università di Sassari, ha evidenziato come la genetica giochi un ruolo fondamentale nella regolazione dei livelli circolanti di cellule del sistema immunitario. «Obiettivo dello studio è capire se e in che misura le cellule circolanti del sistema immune siano ereditate per linea famigliare e quali geni siano eventualmente implicati», afferma Serena Sanna, ricercatrice dell’Irgb-Cnr che ha coordinato le analisi statistiche.

«I risultati del lavoro hanno dimostrato che i livelli delle cellule hanno una forte base ereditaria e, ad avvalorare questa tesi, sono stati identificati numerosi siti del genoma umano coinvolti in tale regolazione genetica». Il team di ricercatori ha analizzato il ruolo dei geni nella regolazione dei livelli di circa 100 differenti tipi cellulari attraverso uno studio di associazione condotto in un totale di 2.870 individui provenienti da quattro paesi della Sardegna e appartenenti al progetto ProgeNIA/SardiNIA, che studia le basi genetiche di oltre 800 parametri di rilevanza biomedica. In questo studio inoltre il profilo genetico individuale è stato esaminato a un livello di risoluzione senza precedenti, grazie al sequenziamento dell’intero genoma di molti individui inclusi nello studio.

«Sono state identificate 23 varianti genetiche indipendenti associate a particolari cellule immunitarie, in maggior parte nuove, sebbene alcune fossero già state proposte in altri studi ma senza una solida significatività statistica», aggiunge Maristella Steri, statistico presso l’Irgb-Cnr. I ricercatori hanno poi confrontato i risultati ottenuti con i dati presenti in database pubblici scoprendo che in alcuni casi questi geni erano già associati a celiachia e malattie autoimmuni come colite ulcerosa, diabete di tipo I, sclerosi multipla, artrite reumatoide. Studi precedenti dell’Irgb-Cnr, nell’ambito del progetto ProgeNIA/SardiNIA, hanno identificato geni associati ad altezza, glicemia, colesterolo, lipidi ematici e parametri ematologici come l’emoglobina fetale.

«I sardi – dice Cucca – rappresentano una popolazione ideale per gli studi di genetica, con risultati che spesso hanno una valenza più generale per il resto dell’umanità: in questo caso, capire come la genetica regoli il sistema immunitario e l’autoimmunità ci avvicina allo sviluppo di terapie nuove e più efficaci per il trattamento di patologie autoimmuni».

**DA: La Nuova p.p.-27 set 2013**

-foto da internet-

Sono a Volterra e nel Casentino.

Il Dna smentisce Erodoto 

Sono a Volterra e in Casentino i gli ultimi “discendenti” degli antichi Etruschi.

E’ quanto si ricava da uno studio pubblicato oggi sulla rivista scientifica internazionale “PLos One“, coordinato da Guido Barbujani, docente di genetica dell’Universita’ di Ferrara, e David Caramelli, docente di antropologia dell’Universita’ di Firenze, e realizzato in collaborazione con l’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche (Itb-Cnr) di Milano.

“Il team del nostro Ateneo – spiega David Caramelli – analizzando recentemente un numero di reperti ossei superiore a quello finora disponibile, ha riscontrato fra gli abitanti di Volterra e del Casentino Dna identici a quelli degli Etruschi di 2500 anni fa“. “Benche’ i toscani di oggi discendano per lo piu’ da antenati immigrati in tempi piu’ recenti – argomenta Guido Barbujani – ci siamo resi conto che comunita’ separate da pochi chilometri possono essere geneticamente molto diverse fra loro, e abbiamo visto come l’eredita’ biologica degli Etruschi sia ancora viva, anche se in una minoranza dei toscani”.

IL DNA SMENTISCE ERODOTO

Gli Etruschi non venivano dall’Anatolia, come sosteneva Erodoto, ma erano una popolazione stanziata da tempo in Italia, come aveva intuito Dionisio di Alicarnasso.

E benche’ i toscani di oggi discendano per lo piu’ da antenati immigrati in tempi piu’ recenti, fra gli abitanti di Volterra e del Casentino si trovano ancora Dna identici a quelli degli Etruschi di 2500 anni fa. E’ quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica ‘Plos One’, coordinato da Guido Barbujani, docente di genetica dell’Universita’ di Ferrara e David Caramelli, docente di antropologia dell’Universita’ di Firenze, e realizzato in collaborazione con l’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche (Itb-Cnr) di Milano. “Leggere nel Dna di persone cosi’ antiche e’ difficile”, spiega Guido Barbujani. “I pochi Dna finora disponibili non permettevano di dimostrare legami genealogici fra gli Etruschi e i nostri contemporanei. Lo scorso anno, il gruppo fiorentino di David Caramelli, e’ riuscito a studiare un numero maggiore di reperti ossei; cosi’ ci siamo resi conto che comunita’ separate da pochi chilometri possono essere geneticamente molto diverse fra loro e abbiamo visto come l’eredita’ biologica degli Etruschi sia ancora viva, anche se in una minoranza dei toscani. Il confronto con Dna provenienti dall’Asia dimostra che fra l’Anatolia e l’Italia ci sono state si’ migrazioni, ma che sono avvenute migliaia di anni fa, nella preistoria, e quindi non hanno rapporto con la comparsa della civilta’ etrusca nell’VIII secolo avanti Cristo. Viene cosi’ smentita l’idea di un’origine orientale degli Etruschi, ripresa alcuni anni fa, da studi genetici che pero’ si basavano solo su Dna moderni”.

Questo risultato e’ stato possibile grazie ad un approccio multidisciplinare”, prosegue Ermanno Rizzi, ricercatore dell’Itb-Cnr. “L’applicazione di tecnologie di sequenziamento di nuova generazione (Next Generation Sequencing – Ngs), nell’ambito della paleogenetica ha permesso di recuperare informazioni genetiche da molecole di Dna di campioni piu’ antichi di 2000 anni. Tale approccio ad elevata risoluzione e resa, ci ha consentito di discriminare le molecole endogene del Dna mitocondriale dei campioni etruschi, che come altri reperti antichi, oltre ad essere molto degradati, hanno un quantitativo molto scarso di materiale genetico informativo, che si aggira attorno al 1-5% del Dna totale”.

Le nuove analisi su campioni antichi delle Universita’ di Ferrara e Firenze rispondono a domande vecchie di millenni sull’origine biologica e sulla sorte degli Etruschi, mentre lasciano aperte alla ricerca archeologica tutte le questioni riguardanti la cultura di questo popolo, la sua affermazione e il suo declino.

(DA: TelevideoRai.it-9 feb 2013)-foto da internet

103 ANNI VISSUTI PER LA SCIENZA

Dal Nobel all’impegno politico

Rita Levi Montalcini era nata a Torino il 22 aprile 1909.

Dopo aver studiato medicina all’università di Torino, all’età di 20 anni entra nella scuola medica dell’istologo Giuseppe Levi e inizia gli studi sul sistema nervoso che prosegue per tutta la sua vita, salvo alcune brevi interruzioni nel periodo della Seconda guerra mondiale. Si laurea nel 1936. Nel 1938, in quanto ebrea sefardita, fu costretta dalle leggi razziali del regime fascista a emigrare in Belgio con Levi, dove continua le sue ricerche in un laboratorio casalingo.

I suoi primi studi (degli anni 1938-1944) furono dedicati ai meccanismi di formazione del sistema nervoso dei vertebrati. Nel 1947 accetta l’invito a proseguire le sue ricerche al dipartimento di Zoologia della Washington University (nello stato Usa del Missouri), dove rimane fino al 1977.

Nel 1951-1952 scopre il fattore di crescita nervoso noto come Ngf (Nerve Growth Factor), che gioca un ruolo essenziale nella crescita e differenziazione delle cellule nervose sensoriali e simpatiche. Per circa 30 anni prosegue le ricerche su questa molecola proteica e sul suo meccanismo d’azione, per le quali nel 1986 viene insignita del Premio Nobel per la medicina insieme allo statunitense Stanley Cohen (nella foto accanto il momento in cui riceve l’alta onoreficenza dal re Carlo Gustavo di Svezia a Stoccolma). Nella motivazione del riconoscimento si legge: “La scoperta del Ngf all’inizio degli anni ’50 e’ un esempio affascinante di come un osservatore acuto possa estrarre ipotesi valide da un apparente caos. In precedenza, i neurobiologi non avevano idea di quali processi intervenissero nella corretta innervazione degli organi e tessuti dell’organismo”.

Dal 1961 al 1969 dirige il Centro di ricerche di Neurobiologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di Roma in collaborazione con l’Istituto di Biologia della Washington University, e dal 1969 al 1979 il laboratorio di Biologia cellulare. Dopo essersi ritirata da questo incarico “per raggiunti limiti d’età” continua le sue ricerche come ricercatore e guest professor dal 1979 al 1989, e dal 1989 al 1995 lavora presso l’Istituto di neurobiologia del Cnr con la qualifica di superesperto.

Rita Levi Montalcini

Le sue indagini si concentrano sullo spettro di azione del Ngf, utilizzando tecniche sempre più sofisticate. Studi recenti hanno infatti dimostrato che esso ha un’attivita’ ben piu’ ampia di quanto si pensasse: non si limita ai neuroni sensori e simpatici, ma si estende anche alle cellule del sistema nervoso centrale, del sistema immunitario ematopoietico e alle cellule coinvolte nelle funzioni neuroendocrine. E forse il segreto della lucidita’ e vitalita’ fino all’ultimo giorno della sua scopritrice si celava proprio nel Ngf: la scienziata lo assunse tutti i giorni in forma di gocce oculari per problemi alla vista.

Dal 1993 al 1998 presiede l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana. E’ membro delle più prestigiose accademie scientifiche internazionali, quali l’Accademia Nazionale dei Lincei, l’Accademia Pontificia, l’Accademia nazionale delle scienze detta dei XL, la National Academy of Sciences statunitense e la Royal Society. Viene nominata senatore a vita dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il 1 agosto del 2001. Riceve numerosi altri riconoscimenti: fra l’altro tre lauree ad honorem delle Universita’ di Uppsala (Svezia), Weizmann-Rehovot (Israele) e St. Mary (Usa). Ha vinto inoltre il Premio internazionale Saint-Vincent, il Feltrinelli, e il premio “Albert Lasker” per la ricerca medica. E’ stata sempre molto attiva in campagne di interesse sociale, per esempio contro le mine anti-uomo o per la responsabilita’ degli scienziati nei confronti della societa’.

Nel 1992 ha istituito, assieme alla sorella gemella Paola, la Fondazione Levi Montalcini, in memoria del padre, rivolta alla formazione e all’educazione dei giovani, nonché al conferimento di borse di studio a giovani studentesse africane a livello universitario, con l’obiettivo di creare una classe di giovani donne che svolgano un ruolo di leadership nella vita scientifica e sociale del loro paese. Sempre a favore dei giovani scienziati, nel marzo 2012 rivolge un appello al Governo Monti insieme al senatore Ignazio Marino (Pd), “affinché non cancelli il futuro di tanti giovani ricercatori, che coltivano la speranza di poter fare ricerca in Italia. Il decreto legge su semplificazioni cancella i principi di trasparenza e merito alla base delle norme che dal 2006 hanno consentito di finanziare i progetti di ricerca dei giovani scienziati under 40 attraverso il meccanismo della peer review, la valutazione tra pari”.

Rita Levi Montalcini è stata particolarmente sensibile anche nei confronti dei temi della difesa dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. Nel 1998 fonda la sezione italiana di Green Cross International, organizzazione non governativa riconosciuta dalle Nazioni Unite e presieduta da Mikhail Gorbaciov, di cui è consigliere. Significativo l’impegno sulla prevenzione e sulle conseguenze ambientali e sociali delle guerre e dei conflitti legati allo sfruttamento delle risorse naturali, con particolare riferimento alla protezione e all’accesso alle risorse idriche. Con la vittoria dell’Unione di Romano Prodi alle elezioni politiche del 2006, la Levi Montalcini, in qualità di senatrice a vita, accorda la fiducia al governo Prodi II. Inoltre, dopo aver rifiutato la presidenza del Senato provvisorio in periodo di elezione del presidente stesso, dichiarò di aver votato Franco Marini in tutti gli scrutini. Il momento della sua votazione fu accolto dagli applausi dei senatori dell’Unione.

Tra le numerose iniziative scientifiche, nel 2001 la Montalcini fonda un nuovo centro di ricerca sul cervello a Roma, l’Ebri (European Brain Research Institute), in collaborazione con la Fondazione S. Lucia e il Cnr. Senza scopo di lucro, l’unico obiettivo dell’Ebri e’ lo studio del sistema nervoso centrale, dai neuroni al cervello, sia in condizioni normali che patologiche. Lo scopo e’ capire le basi delle malattie neurologiche e neurodegenerative come ad esempio l’Alzheimer, con l’obiettivo di sviluppare delle cure. Il tutto partendo dalle scoperte per le quali le era stato assegnato il Premio Nobel nel 1986. E proprio in difesa dell’Ebri la scienziata combatte una delle sue ultime battaglia, quando sull’Istituto si e’ abbattuta, nell’autunno del 2009, la minaccia dello sfratto, poi rientrata soprattutto per la tenacia del Premio Nobel.

In occasione del suo 100esimo compleanno, il 22 aprile del 2009, fu fittissimo il calendario di eventi promossi da istituzioni e mondo scientifico in onore della senatrice a vita e accademica dei Lincei. “A 100 anni sono ancora profondamente ottimista – dichiarò la Levi Montalcini – e penso che anche i periodi difficili, e ne ho avuti, possano portare grande progresso. La mia vita e’ stata un continuo sviluppo. Sono grata di essere ancora qui. Di essere ancora viva”.

Dal brindisi con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano all’incontro con i suoi collaboratori al Tempio di Adriano, fino alla cerimonia presso l’Istituto superiore di sanità (Iss), dove le fu intitolata un’aula in cui sono custoditi i documenti di studio di tutti gli scienziati premi Nobel che hanno lavorato all’Iss, i festeggiamenti e gli auguri hanno ispirato la scienziata a lanciare un messaggio ai giovani: “Oggi alla gioventù presente posso dire che l’unico segreto che trasmetto è: mai pensare alla nostra persona, ma vedere il mondo intorno a noi, pensare alla stupenda bellezza della natura e dell’uomo. Non ho segreti, posso consigliare soltanto di essere felici di essere vivi e di poter essere d’aiuto agli altri. Tornare all’Iss a questa eta’, a 100 anni, mi fa rivivere quello che ho vissuto con alcuni di quelli che sono oggi qui presenti e ripercorrere molte tappe del mio percorso lunghissimo, ma senza sofferenza, senza dolore. Persino le persecuzioni contro gli ebrei non mi hanno dato fastidio, ma posso dire che la dichiarazione che la mia razza era inferiore non poteva essere un maggiore regalo: grazie a questa dichiarazione ho lavorato in camera da letto e scoperto quello che poi mi avrebbe portato al Nerve Growth Factor”.

Una salute di ferro quella della grande scienziata, che solo nel febbraio del 2010, dovette subire un intervento chirurgico per la rottura di un femore avvenuta a causa di una caduta in casa. A 101 anni e con un peso di soli 35 chili, Levi Montalcini affronta con coraggio l’operazione. L’anestesista dell’ospedale S.Andrea di Roma riferì addirittura che la scienziata domandò quale tecnica avrebbe utilizzato per sedarla. Fu scelta l’epidurale e la senatrice a vita seguì tutto l’intervento, durato 40 minuti, chiedendo informazioni ai chirurghi, che le hanno impiantato una protesi di metallo e plastica al collo del femore. Il suo recupero e’ stato veloce e completo.

Fra i dolori più grandi della scienziata, la morte dell’amico e collega Renato Dulbecco, avvenuta il 20 febbraio 2012 e celebrata dal premio Nobel con parole di commozione: per la Levi Montalcini, Dulbecco è stato “uno dei più grandi protagonisti nella storia della medicina moderna del ’900 del nostro Paese e a livello internazionale. Ho appreso la notizia della sua scomparsa con profonda commozione, in quanto carissimo e antico amico: l’intera comunita’ ha perso una figura scientifica illustre e di grande spessore umano. In questo triste momento sono vicina con affetto alla moglie Maureen e alla figlia Fiona, che ho conosciuto all’inizio della nostra avventura scientifica, che ci ha condotto in terreni a quei tempi inesplorati. Il suo ricordo rimane indelebile per quanti lo hanno conosciuto e ne hanno potuto apprezzare le alte doti morali e intellettuali e di eminente scienziato”.

Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini avevano condiviso insieme gran parte della loro vita e della loro avventura scientifica: fin dall’università dove a Torino erano stati studenti insieme, hanno esplorato ricerche in comune negli Stati Uniti, dove sono arrivati viaggiando sulla stessa nave, hanno condiviso la vita Accademica dei Lincei, entrambi -hanno ottenuto il massimo riconoscimento scientifico internazionale vincendo il premio Nobel per la Medicina.

(DA:Televideo Rai.it-30 dic 2012)

Uno studio stravolge vecchi paradigmi

Mentre dormiamo il nostro cervello lavora per archiviare i ricordi e mettere ordine nelle informazioni raccolte durante il giorno, ripulendo la memoria dai dati inutili o superflui. Un’opera febbrile che continua per tutta la notte e che scatta perfino sotto anestesia.

E’ una delle sorprese raccontate dai ricercatori dell’Università della California di Los Angeles coordinati da Mayank R. Mehta, che per la prima volta hanno fotografato in modo completo l’attivitaà del cervello durante il sonno, e in particolare quella delle aree coinvolte nell’apprendimento, nella memoria e in malattie che la distruggono, come l’Alzheimer. Lo studio, condotto sui topi e pubblicato su ‘Nature Neuroscience‘, ribalta le precedenti conoscenze sui meccanismi di consolidamento dei ricordi.

Mehta e colleghi hanno utilizzato sofisticati modelli di analisi che hanno permesso di monitorare simultaneamente l’attivita’ dei singoli neuroni in tre zone del cervello, e di decifrarne il dialogo. Le aree esaminate sono la neocorteccia, l’ippocampo e una terza precedentemente trascurata, che si trova in mezzo fra le prime due e si chiama corteccia entorinale. “Questo terzo attore ha stravolto completamente i giochi per come li conoscevamo prima”, dice Mehta.

Gli studiosi hanno infatti scoperto che la corteccia entorinale è il vero ‘regista’ del cervello che dorme: resta perennemente accesa e funziona come se stesse cercando di ricordare qualcosa, un numero di telefono o una strada.

Mentre finora si pensava che nel sonno l’ippocampo guidasse l’attivita’ della neocorteccia, e che grazie a questo dialogo (e con questa gerarchia) avvenisse il consolidamento notturno dei ricordi, i ricercatori Usa hanno visto che accade l’esatto contrario: è la neocorteccia che guida l’ippocampo, e lo fa attraverso la corteccia entorinale. Neocorteccia e ippocampo funzionano a turno, invece la parte piu’ profonda, il ‘cuore’ della corteccia entorinale non si addormenta mai. Nemmeno sotto anestesia.

“I neuroni di questa parte del cervello mostrano un’attività persistente – riferisce Mehta – comportandosi come se stessero ricordando qualcosa anche sotto anestesia, quando i topi non sono in grado di provare alcuna sensazione”.

“Si tratta di un modo completamente nuovo di vedere le cose rispetto a quanto abbiamo dato per buono finora”, insiste lo scienziato che per questo studio ha lavorato con colleghi tedeschi (universita’ di Heidelberg e Max Planck Institute for Medical Research) e con altri ricercatori statunitensi, dello stesso ateneo californiano e della Brown University. Le loro conclusioni aprono nuove speranze anche nella comprensione dell’Alzheimer e nella lotta contro questa malattia. La demenza ha infatti inizio proprio nella corteccia entorinale, tanto che le persone con Alzheimer hanno anche problemi di sonno.

(DA: TelevideoRai.it-7 ott 2012)-FOTO DA IN

Brevettato un veicolo a una ruota per uso nello spazio

Il Rover, l'automobile usata dagli astronauti nelle missioni spaziali Apollo dalla 15 alla 17

Il Rover, l'automobile usata dagli astronauti nelle missioni spaziali Apollo dalla 15 alla 17 (foto da internet)

Illustrata la costruzione di un veicolo spaziale sviluppato nei laboratori di Meccanica applicata della Cittadella universitaria, a Monserrato.

I ricercatori del dipartimento di meccanica applicata dell’Università di Cagliari, guidati dal professor Andrea Manuello, in cooperazione con il gruppo di ricerca di ingegneria aeronautica e spaziale del Politecnico di Torino, hanno presentato una serie di applicazioni innovative e di alto valore tecnologico, da un rover spaziale ad una ruota, che è stata brevettata, per esser utilizzata nello spazio.

La presentazione al mondo dell’impresa è avvenuto nelle sale del Dipartimento, a Torino, da parte dei collaboratori del professor Manuello e del professor Maggiore, che hanno illustrato il frutto delle loro ricerche ai dirigenti della Regione Piemonte, ai vertici tecnici di Thales Alenia Space (Thales-Finmeccanica Company) ed ai rappresentanti del mondo dell’impresa.

In particolare è stato presentato il prototipo operativo di un rover spaziale sviluppato nei laboratori di Meccanica applicata, nella Cittadella universitaria di Monserrato.

Nel Dipartimento del Politecnico di Torino è stato, infatti, mostrato il funzionamento pratico dei sistemi applicati all’ingegneria robotica spaziale realizzati dai ricercatori cagliaritani. Lo staff del professor Manuello ha presentato anche un prototipo di ruota, non pneumatica, per applicazioni in ambiente spaziale.

(Da Unione Sarda.it-30 mar 2011)

melaIl frutto contiene polifenoli in grado di allungare la vita del 10 per cento. Lo rivela uno studio condotta da un’Università cinese.

Le mele non solo tolgono i medici di torno, come recita un famoso proverbio popolare, ma allungano anche la vita. Di un buon 10%: tutto merito dei polifenoli in essa contenuti, in grado di invertire i livelli dei marker dell’invecchiamento.

LA RICERCA CONDOTTA SUI MOSCERINI. La scoperta arriva da uno studio condotto sui moscerini della frutta della specie Drosophila melanogaster – apparentemente molto diversi dagli uomini, ma utilizzati per gli esperimenti grazie al loro Dna, con caratteristiche simili a quello umano – da cui emerge che i piccoli animaletti, grazie alla somministrazione dei polifenoli della mela, oltre a vedersi allungata la durata della vita si vedono preservate le capacità di camminare, arrampicarsi e muoversi. Lo studio è stato condotto dai ricercatori della Chinese University of Hong Kong guidati da Zhen-Yu Chen e pubblicato sul Journal of Agricultural and Food Chemistry.

(Fonte:RAI online-04 mar 2011)