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NONSOLOBARONIA: Blog di Marco Camedda

LA NOSTRA "PIAZZETTA VIRTUALE" DOVE CI SI INCONTRA TRA BUONI AMICI

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Tag: attentato

Entro poche settimane il commissariato di polizia dovrà lasciare la sede di piazza Santo Stefano, e, nell’attesa che venga realizzata la nuova base nel rione Duai, l’amministrazione comunale punta a garantire la sede provvisoria in un ampio capannone della zona industriale.

Ne ha dato notizia il sindaco Rocco Celentano durante il recente consiglio comunale sulla legalità. A questo proposito, visti i gravi tagli economici imposti agli enti locali, il Comune ha chiesto alla Regione di concedere i locali in comodato d’uso gratuito.

«Il commissariato deve restare a Siniscola – ha detto Celentano – e ci stiamo adoperando affinché questo venga assicurato». Ieri si è tenuta una riunione, durante la quale la Regione pare si sia dimostrata favorevole al provvedimento.

Sempre nell’ambito della sicurezza nel territorio, a seguito dell’attentato dinamitardo di domenica scorsa contro il palazzo civico, la giunta punta a dotare tutti gli edifici pubblici di impianti per la videosorveglianza. Un provvedimento che si aggiunge alle iniziative di contrasto contro gli episodi criminali che, sempre più spesso, sono indirizzati ai beni comuni.

(DA: La Nuova-salv.mart.-17 nov 2012)

OROSEI: UNA FOTO PANORAMICABruciato il fienile del consigliere comunale organizzatore della notte bianca. Danneggiato il frutteto di un agente municipale

«Non trovo nessuna spiegazione, ho pensato che l’incendio fosse dovuto all’autocombustione», dice Francesco Soro, consigliere con delega a Cultura, sport e spettacolo.

Prima mani ignote hanno devastato le piante da frutto di un’agente della polizia municipale. Poi le stesse o altre hanno innescato l’incendio nel fienile di proprietà di un consigliere comunale con delega a Cultura, sport e spettacolo, immerso nei preparativi per la notte bianca di ieri. A Orosei non è ancora ben chiaro se i due episodi siano collegati, ma coincidenze e interrogativi sono comunque inquietanti.

DOPPIO AVVERTIMENTO «Non trovo nessuna spiegazione», dice Francesco Soro, 47 anni, titolare dell’azienda agricola con 120 capi bovini nelle campagne di “Ala Noa” e di una macelleria a Orosei. Alle 11 di venerdì, quando scatta l’allarme perché il suo capannone è in fiamme, lui sta parlando con Maria Antonietta Vardeu, sua coetanea e agente della polizia municipale. Lei ha appena denunciato ai carabinieri di aver subito un danneggiamento. Durante la notte qualcuno ha devastato undici piante da frutto.

I DANNI Soro ha il tempo di esprimere alla donna il suo dispiacere quando deve correre verso la sua azienda in fiamme. Ieri, dopo una giornata di gran lavoro a fianco dei vigili del fuoco che hanno spento il rogo, vede la distruzione attorno: 600 balle di fieno in cenere (valore 20 mila euro), attrezzature agricole da buttare, danni alla struttura e a un locale adibito a ufficio. Lo confortano l’essere riuscito a mettere in salvo il bestiame e la presenza di tanti amici e volontari. Ma lo tormenta l’idea che qualcuno abbia voluto quest’inferno. La pista iniziale dell’autocombustione è caduta e ha preso consistenza quella dell’attentato sulla quale i carabinieri hanno avviato le indagini.

L’ELEZIONE Francesco Soro eletto nella lista “La tua Orosei” guidata dal consigliere regionale dei Riformatori Franco Mula, sindaco da metà maggio, è al suo esordio politico. Difficile trovare un movente dell’attentato nell’attività finora svolta, anche perché la nuova amministrazione muove appena i primi passi. «Non abbiamo affrontato questioni importanti», sottolinea.

NOTTE BIANCA Soro si è dato da fare soprattutto nell’organizzazione della notte bianca. Tra venerdì e ieri avrebbe dovuto definire gli ultimi dettagli con la polizia urbana e gli altri operatori. L’inferno di “Ala noa” gli ha imposto altri programmi. «Ho pensato all’autocombustione, mi fa riflettere che così non sia, ma non trovo una spiegazione», confessa. «Sinceramente non me l’aspettavo». Nonostante lo sconcerto, prevale la voglia di andare avanti per rimettere a posto l’azienda e perché non sente di avere conti in sospeso con nessuno. «Presenzierò alla notte bianca di stasera – dice nella giornata di ieri – perché tutto è superabile».

(Da: L’Unione Sarda-Marilena Orunesu-14 ago 2011)

Matteo Mureddu, a maggio, emozionato, con un filo di voce, aveva confidato alla madre: «Stai tranquilla, questa è la mia ultima missione in Afghanistan. Eppoi, tutti insieme, pensiamo al matrimonio. Con Alessandra, abbiamo deciso la data: il 13 giugno».
Alle 12.40, ora di Kabul, tutti i sogni sono stati spazzati via. Quelli del parà Matteo Mureddu, 26 anni, compiuti il 7 agosto, della madre Greca, del padre Augusto e anche di Alessandra Fiori, la fidanzata del caporalmaggiore della Folgore. Sogni dilaniati, fatti a pezzi dall’autobomba esplosa in mezzo ai due gipponi "Lince" sulla strada per l’aeroporto.
Molto lontano, troppo, dalla casa in fondo alla strada intitolata a Papa Giovanni,
ultima via di Solarussa, paese della provincia di Oristano, duemila abitanti e sulle guide turistiche conosciuta per una Vernaccia che profuma di ginepro.
Qui è nato Matteo Mureddu, in una villetta tirata su dal padre allevatore, con il soldi del latte e della lana del suo piccolo gregge.
Ma anche con gli ingaggi all’estero dei due figli militari di carriera nella Folgore, Stefano, il primogenito, e Matteo, l’ultimo nato.

«I miei due gioielli», ha detto in cucina la madre al comandante generale dell’Esercito,

continua…

Lo aspettavano tra poco più di un mese. Contavano i giorni che mancavano al momento in cui avrebbero di nuovo rivisto il loro Matteo varcare la soglia di casa. Invece, il portoncino marrone ieri mattina si è aperto quando alla porta ha bussato il generale Sandro Santroni, comandante militare della regione Sardegna.

A quel punto non c’è stato bisogno di parole. 
Il padre Augusto e la madre Greca hanno capito che avrebbero avuto indietro una bara al posto del loro ragazzo quando hanno visto la macchina dell’Esercito fermarsi in via Giovanni XXIII. E da quella stessa porta, da quel momento in poi, è stato un silenzioso e composto via vai di parenti, amici di famiglia, autorità e compaesani. Molte ore dopo, quella porta si aprirà ancora.
Dalla casa esce l’onorevole Caterina Pes, deputato oristanese del Partito democratico, e le parole di Greca Mura prendono finalmente una forma meglio definita: «Sono increduli – ha affermato la parlamentare -, la madre è arrabbiata e si chiede perché si continui a chiamare missione di pace quella che in realtà è una guerra». 
Una frase dura, ma i pensieri nella mente della signora si affollano.

Ce n’è uno particolarmente dolce: «Avevamo già due figli grandi e Matteo era nato quasi per farci compagnia». Era il piccolo di casa. Matteo però ieri se n’era andato da qualche ora, dilaniato a 26 anni da un’autobomba. E con lui erano volati via i sogni di altre famiglie. http://www.corriere.it/Media/Foto/2009/09/18/vittime/MatteoMureddu.jpg
Quelle delle vittime dell’attentato e quelle di chi con Matteo aveva deciso di costruirsi la vita e il futuro. Doveva sposarsi il 13 giugno dell’anno prossimo.
Pochi mesi e avrebbe detto «sì» ad Alessandra Fiori, la fidanzata di Oristano
che attendeva il suo rientro a Siena, dove anche lei aveva trovato lavoro e viveva. Per stare vicino al suo Matteo, che da sette anni aveva intrapreso la carriera militare e che era di stanza nella città toscana. La storia in divisa di Matteo Mureddu era iniziata il 26 giugno del 2002.
Due anni più tardi era stato abilitato al lancio col paracadute e nel 2005 aveva preso parte alla prima missione all’estero. Per due mesi era stato con la Brigata Folgore nell’ex Jugoslavia, ancora provata dagli anni interminabili di una guerra sanguinosa e brutale. Poi la crisi in Libano e l’Italia si distingue per solerzia nel chiedere l’intervento delle forze multinazionali ed è tra i primi Paesi ad inviare i propri contingenti militari.
Matteo Mureddu partecipa all’operazione Leonte dal marzo all’ottobre del 2007, poi fa rientro a casa. In Italia, precedentemente, aveva già preso parte ad altre missioni come l’operazione Domino, da aprile a maggio del 2005. Tutti compiti importanti e difficili, ma mai come quello nell’Afghanistan di questi mesi. Il caporalmaggiore Matteo Mureddu non ha paura.
Ama il suo lavoro e fa di nuovo le valigie. 
È il 6 di maggio il primo giorno di missione a Kabul, esattamente pochi giorni dopo la partenza del contingente del quale faceva parte il fratello maggiore Stefano (36 anni) anche lui paracadutista ma di stanza a Pisa – è arrivato a Solarussa nella tarda serata di ieri -.
Quasi una staffetta, un simbolico segno di continuità, anche se Stefano Mureddu aveva trascorso i giorni della sua missione ad Herat e non a Kabul. Da così lontano Matteo Mureddu non dimentica i suoi cari. Costantemente li chiamava al telefono. L’ultima telefonata è di due giorni fa. Parla con la madre e dice che va tutto bene, poi si immerge di nuovo nel lavoro. Sino a ieri mattina, quando faceva parte del convoglio saltato in aria.
Ore di angoscia al diffondersi delle prime notizie,
poi l’angoscia si trasforma in dolore silenzioso. I genitori – il padre Augusto è allevatore, la madre Greca Mura gli dà una mano importante e bada alle faccende domestiche – si rinchiudono dietro il portoncino marrone. Abbassano anche le tapparelle e fanno entrare in casa solo i parenti stretti e le autorità. Provano a portar loro conforto il parroco di Solarussa Gianni Oro e don Gianfranco Murru, oggi sacerdote della parrocchia di Sant’Efisio ad Oristano, ma che a Solarussa ha trascorso gli anni della giovinezza di Matteo Mureddu.
È lui il primo a raccontare del dolore che si sta consumando dentro la casa, dove assieme ai genitori c’è anche Cinzia, la sorella di Matteo che appena un mese aveva salutato la nascita della sua bambina. La festa è durata poco, ora c’è il pianto.
«Sono distrutti – racconta don Gianfranco Murru -. E anche per me è un dolore immenso. Conoscevo il ragazzo da tanto e non riesco a capacitarmi di quanto accaduto». È lo stesso don Gianfranco ad accompagnare verso le 17 l’arcivescovo Ignazio Sanna, che celebrerà il funerale ad Oristano la prossima settimana. «Ho trovato davanti a me una famiglia distrutta – ha raccontato monsignor Sanna -, le parole in questo momento servono a poco. La mamma non voleva che andasse in Afghanistan, ma lui era entusiasta».
La porta si richiude un’altra volta.
Nessuno ha voglia di sorridere, nemmeno guardando il fiocco rosa appeso al portoncino del primo piano, nella casa dove vive la sorella Cinzia che ha appena dato alla luce la nipotina che Matteo attendeva di conoscere al suo rientro.
…Ieri non era un giorno di gioia!
(Fonte:La Nuova)

«Non mi dimetto! Continuerò a lavorare per il bene della comunità, come ho sempre fatto fino a questo momento». L’ intero paese si stringe all’assessore vit tima dell’attentato!
Il giorno successivo alla scoperta dell’attentato ai danni del suo casolare in località Mesagustu, l’assessore Gino Nanni anche se appare visibilmente scosso per l’evento criminoso sembra essere intenzionato a non gettare la spugna, anzi è ancora più fermamente motivato a continuare il proprio mandato politico.
Alla domanda se per lui si tratti di un ritorno della strategia della tensione, dopo un periodo di calma apparente e soprattutto dopo lo choc delle alluvioni che nel giro di due mesi hanno messo in ginocchio il paese, Gino Nanni afferma:
«Non so se sia ripresa la spirale di violenza, ho vissuto in prima persona la paura di trovarsi una bomba in casa, una brutta sorpresa che non si augura a nessuno. Comunque penso che questo sia un messaggio finalizzato a destabilizzare l’impegno della nostra amministrazione pubblica; sicuramente qualcuno sta agendo nell’intento di mandarci a casa».
Dello stesso parere sembra essere anche il primo cittadino Gino Derosas: «Interpretare fatti di questo genere non è facile, quello che è certo è che qualcuno vuole tenere alta la tensione. Una delle tante spiegazioni plausibili è quella che questi gesti violenti possano essere finalizzati ad una interruzione della nostra attività politica. Sicuramente tutto questo si riflette negativamente sull’immagine del nostro paese, dunque per colpa di una minoranza senza scrupoli rischia di essere mal giudicata l’intera comunità».
Il recente episodio pone nuovamente in risalto il problema della pubblica sicurezza, come specifica lo stesso Derosas: «L’aspetto dell’ordine pubblico è stato un problema a lungo dibattuto in diverse occasioni e con i diversi rappresentanti istituzionali. Sicuramente se ne riparlerà in occasione del prossimo consiglio comunale, purtroppo non si può pretendere che le forze dell’ordine siano presenti sempre e ogni luogo, dopo il riacutizzarsi della spirale di violenza in Baronia, sono ulteriormente aumentati sia i controlli che l’apparato investigativo. Non si può dunque dire che le forze dell’ordine ci abbiano abbandonato».
Intanto gli attestati di solidarietà nei confronti dell’assessore Nanni continuano:

«Ho ricevuto l’incoraggiamento e il sostegno non solo da parte del mio paese ma anche da altre fonti. Ribadisco che se qualcuno ha qualcosa da obiettare, se ne dovrebbe discutere in modo pacifico e democratico, e soprattutto nelle dovute sedi.
La violenza non ha mai giovato a nessuno».
(fonte: Unione Sarda)

La costosa statua di Adolf Hitler esposta a partire da oggi nell’appena inaugurato Museo delle cere di Madame Tussaud a Berlino è durata solo pochi minuti: il secondo visitatore in assoluto, un uomo di 41 anni, ha ‘strappato’ la testa del dittatore per protesta contro la mostra, giudicata di cattivo gusto nei giorni scorsi in Germania.
Un portavoce della polizia di Berlino ha riferito che poco dopo le ore 10:00 un uomo è entrato nel museo appena aperto e ha messo le mani sulla statua, costata 200 mila euro, raffigurante Hitler in posizione pensosa alla sua scrivania nel bunker dove si tolse la vita nel 1945.
"Mai più guerra" ha gridato l’uomo, un pregiudicato per piccoli reati compreso il furto di energia elettrica, e a nulla é servita la reazione dei due responsabili della sicurezza appostati ai due lati della statua di cera per impedire che venisse fotografata, e tanto meno toccata o danneggiata. In precedenza il pregiudicato, residente a Berlino, aveva fatto la fila per circa un’ora in modo da essere tra i primi a entrare nel nuovo museo.
I poliziotti arrivati esattamente un quarto d’ora dopo, hanno fermato l’uomo che, con il suo gesto, intendeva protestare contro la scelta della mostra. Indagini per chiarire ulteriormente i fatti sono in corso.
Il nuovo museo delle figure di cera di Berlino è la terza succursale Tussaud in Europa dopo Londra e Amsterdam, e l’ottava nel mondo.
Da settimane gli organizzatori sono bersagliati da critiche per la scelta di presentare tra i 70 personaggi scelti per Berlino anche un Hitler anziano e malandato alla sua scrivania nel bunker della cancelleria 8foto affianco). Come prima conseguenza tutto ciò aveva portato a un divieto di toccare o fotografare il simulacro del dittatore. In particolare era stata definita di cattivo gusto la scelta di mettere la figura del dittatore, che ha scatenato la seconda guerra mondiale e provocato lo sterminio di almeno 6 milioni di ebrei in Europa, accanto a quelle di personaggi dello sport, della politica e dello spettacolo, scelti per la loro capacità di attrarre i turisti.
"Finalmente un attentato riuscito contro Hitler" è stato il commento sarcastico di un noto giornalista di origine ebraica, Henryk M.Broder, che per caso si trovava sul luogo dell’incidente.