Vai ai contenuti

NONSOLOBARONIA: Blog di Marco Camedda

LA NOSTRA "PIAZZETTA VIRTUALE" DOVE CI SI INCONTRA TRA BUONI AMICI

Archivio

Tag: dino

Davanti a 400 studenti la scrittrice ripercorre

la storia del genitore fervente antifascista

Un padre fervente antifascista, una madre di prinzipales di Santu Predu pronti a proteggere con il proprio affetto quella famiglia messa su da due intellettuali disoccupati perché disobbedienti al regime. Ieri all’Eliseo, i dietro le quinte privati che si intrecciano con la grande Storia, nel dialogo tra la scrittrice Maria Giacobbe e gli studenti delle scuole superiori della città, iniziativa promossa dall’associazione nazionale partigiani.

Diario di una maestrina che senza mai salire in cattedra ripercorre la delicata trama delle scelte importanti e difficili di suo padre Dino, costretto all’esilio perché in aperto contrasto con la dittatura, combattente in Spagna contro le forze nazionaliste di Francisco Franco, tornò in Sardegna nel 1945. Al tavolo dei relatori, lo scrittore Natalino Piras, Marco Manotta e Aldo Maria Morace, dell’Università di Sassari.

Ad aiutare l’immaginazione, tangibile come solo la verità sa essere, sullo schermo scorre il documentario del giornalista Antonio Rojch proprio sull’ingegner Giacobbe, illuminato ricercatore della giustizia, studioso, e anche speleologo tra i fondatori del Gruppo grotte nuorese.

Protagonisti all’Eliseo i circa 400 ragazzi ascoltano in silenzio analisi, illustrazioni e rievocazioni storiche, fanno domande, applaudono fuor di etichetta. Scappa loro un sorriso quando la proiezione materializza l’immagine dell’archeologo Giovanni Lilliu mentre, già anziano e debilitato, in un’intervista a Rojch rievoca l’esortazione di Dino Giacobbe: «Giovani sardi, prendete le armi e liberatevi delle servitù militari». Sorridono, gli adolescenti nuoresi, davanti a quel vecchio saggio e l’evidente e inevitabile divario tra il corpo martoriato dall’età e una mente mai vinta dal tempo. Subito dopo però l’ilarità si fa riflessione.

Ma a rapire ancor di più il loro cuore, al di là di ogni elucubrazione, esegesi e controdeduzione, sono le parole della minuta artista sardo-danese, simbolo di un’emigrazione con la valigia vuota, che, libera dal fardello di malinconiche nostalgie, arricchisce il proprio bagaglio culturale a ogni approdo. Sebbene i luoghi da cui arriviamo non riusciremo mai a metterli in un cantuccio. Perciò il primo imprescindibile assioma è: «Non si può costruire il proprio futuro senza aver ricostruito il passato», dice Maria Giacobbe. «Badate bene ragazzi – avverte – la privazione della libertà ha mille travestimenti e non dobbiamo dimenticare ciò che questo Paese ha dovuto subire durante il fascismo».

Una ragazza le domanda se dopo tanti anni di lontananza riesce a sentire ancora amore per la sua terra: «Conserviamo in noi le radici, le fronde, i fusti, ma anche i semi», risponde Giacobbe che vive in Danimarca, ma nell’Isola torna spesso, pur combattuta: «Nel mio profondo rimarrà sempre una bellissima prigione. Tutti ci portiamo dentro il bambino che siamo stati, e per me questa terra che ho tanto amato è stata anche teatro di grande sofferenza, da quando un giorno mi dissero che mio padre non c’era più e non sarebbe tornato indietro, non perché morto, ma in quanto costretto all’esilio».

(DA: L’Unione Sarda-Fr. Gu.-19 ott 2012)