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COMUNE DI IRGOLI: Domani presentazione “Storie dentro le Storie” e libro “La Danza dei Corvi” di Manuelle Z.Mureddu

di , 27 Aprile 2017 12:47

Venerdì 28 Aprile 2017-ore 18,30

Sala Consiliare-Irgoli

(Libro liberamente tratto dal “Giorno del Giudizio” di Salvatore Satta)

Venerdì 28 aprile alle ore 19.00 presso la sala consiliare, in occasione della giornata dedicata alla festa della Sardegna, prenderà il via il percorso “Storie dentro le storie. Rileggere i classici della letteratura sarda in chiave moderna”.

Tre incontri voluti dall’Amministrazione Comunale – Area Socio – Culturale e organizzati in collaborazione con S’Ufitziu limba sarda e la Biblioteca Associata di Irgoli, Loculi, Onifai, Galtellì. Un’occasione per riscoprire tre pilastri della letteratura della nostra Isola: Il giorno del giudizio di Salvatore Satta, presentato attraverso la rivisitazione di Manuelle Mureddu che ha reso omaggio all’opera con la graphic novel “La danza dei corvi”, Sos Sinnos di Michelangelo Pira, la cui rilettura sarà affidata a Bachisio Bandinu, Miele amaro di Salvatore Cambosu di cui ci parlerà Paolo Pillonca.

L’intento dell’Amministrazione Comunale è quello di analizzare il genio e la profezia di questi grandi autori, mettendoli sotto la lente di ingrandimento della modernità, attraverso gli ospiti che si confronteranno di volta in volta sull’attualità di questi testi e sulla capacità di interrogare la posizione umana di ciascuno. Tanti i temi da trattare perché la letteratura offre spunto e al contempo interroga, mette in discussione, appura.

Ogni appuntamento offrirà inoltre l’occasione per un omaggio letterario da fare ai presenti.

All’inizio dell’incontro saranno distribuiti dei biglietti numerati e a fine serata ci sarà l’estrazione, al fortunato possessore del numero vincente andrà un pacco dono di libri selezionati tra pubblicazioni locali e opere di autori sardi.

(DA: comunicato della Biblioteca Comunale di Irgoli-24 Aprile 2017)

MANUELLE MUREDDU: Segni e colori per raccontare la Sardegna

di , 16 Novembre 2013 19:37

Manuelle Mureddu, illustratore nuorese

di talento presenta “OI MAMA”:

«Un tratto scarno per rendere l’inquietudine»

SASSARI: Raccontare la Sardegna per immagini. Storie piccole ma universali che fanno parte di una Storia più grande, di un’identità che non si può imprigionare in una definizione univoca, perché la ricerca è sempre viva e continua. Con la voglia di raccontarsi e raccontare la propria terra come nessuno lo hai mai fatto prima, a livello grafico e narrativo.

È la costante dei lavori di Manuelle Mureddu, illustratore e fumettista nuorese, il primo a pubblicare con continuità storie scritte e disegnate in sardo. Classe 1980, ha illustrato decine di pubblicazioni per le più importanti case editrici e la carta Vir di Liberos, la comunità dei lettori sardi. “Arbarèe, Contos de sa Terra de s’Arbore” (Domus de Janas), una raccolta di storie brevi uscita nel 2008, è il primo libro interamente curato da lui, nei disegni e nei testi.

Qualche mese fa invece è arrivato in libreria il suo secondo lavoro, “Oi Mama” (Edizioni Condaghes, 10 euro) che l’autore ha presentato mercoledì pomeriggio a Sassari alla libreria Koinè, in un incontro organizzato in collaborazione con la libreria Azuni all’interno del ciclo di “Scrittori a piede Liberos”.

Manuelle Mureddu, intervistato da Emiliano Longobardi della Libreria Azuni, ha raccontato il suo percorso artistico, fino alla scelta del fumetto come linguaggio espressivo d’elezione. «Non ho la minima idea di come sia arrivato a fare fumetti. Ho sempre disegnato e sempre scritto, ma in fondo questa è una cosa che fanno tutti – ha spiegato Mureddu – ho sempre provato a raccontarmi, ma attraverso storie che non raccontassero direttamente di me, storie che nonostante parlassero di cose lontane dalla mia vita riuscissero a raccontare invece cose vicine alla mia vita.

Negli anni Novanta sono stato colpito dall’ondata dei Manga in Italia, e ho iniziato a disegnare, a mettere da parte gli albi che mi colpivano per i disegni». Gli albi di Topolino disegnati da Gottfredson, i lavori di Andrea Pazienza – scoperto a diciassette anni – e quelli di un autore che considera imprescindibile: Magnus, creatore grafico di Alan Ford e di altre icone del fumetto italiano. Dopo il diploma all’Istituto d’arte di Nuoro, dal 2003 al 2005 Mureddu frequenta la Scuola internazionale di Comics di Roma, una delle più importanti in Italia.

Tema ricorrente delle sue storie, la Sardegna. Soprattutto quella di età medievale, vista la sua grandissima passione per il Medioevo sardo.

«Un periodo storico che secondo me rifulge nella storia d’Europa – ha detto l’autore – la ricerca dell’identità personale è una cosa molto complessa perché tutti siamo risultato di decine d’identità. Io ho cercato risposte a delle domande a cui mi sono trovato davanti. Per esempio a scuola mi piaceva tantissimo la Storia dell’Arte, mi appassionava studiare gli artisti italiani finché a un certo punto mi sono venuti in mente i sardi. Mi sono chiesto perché non se ne parlasse e allora li ho cercati e studiati per conto mio. Il problema vero non è raccontare o no una leggenda sarda. Il problema è raccontare la Sardegna. Che è una cosa molto diversa. Da Roma allora ho fatto le valigie e sono tornato a Nuoro per provare a fare quello che io volevo.

Così sono nate le storie del primo libro. Esistevano anche prima storie a fumetti che raccontavano storie sarde. Ma non come le ho raccontate e disegnate io». Dopo “Arbarèe” arriva il secondo libro, “Oi Mama”: cinque racconti, tre storie brevi e due più ampie di ambientazione storica. Storie tragiche, diverse da quelle eroiche del primo libro. Disegnate, ha spiegato Emiliano Longobardi, utilizzando «un registro stilistico non realistico ma grottesco, in qualche modo onirico che pesca dalla tradizione orientale». Un approccio che cerca di restituire l’emozione, arrivando al cuore e allo stomaco di chi legge. «Ho molta difficoltà a individuare i miei modelli di riferimento grafici – ha detto l’autore – una cosa che cerco sempre di fare quando scelgo delle storie e le racconto, è provare a fare in modo che testo e immagini siano la stessa cosa, che portino verso un’emozione.

In questo libro ho cercato di scarnificare il mio segno, utilizzando un tratteggio fitto è spezzato nelle storie brevi, usando pennelli fini, scarichi. Ho provato a rendere il senso di inquietudine tramite l’utilizzo della materia, usando delle carte ruvide, con la penna che crea una superficie più nervosa. Ho provato a usare questi strumenti in maniera espressiva, per renderli utili alla narrazione.

Queste scelte dipendono dall’oggetto narrativo. La grandezza delle storie piccole è che a differenza delle storie grandi, quelle con la Esse maiuscola, sono tutte universali».

(DA: La Nuova-Anna Sanna-15 nov 2013)

RICORDIAMOLO COSI’…Matteo Mureddu: “mamma, è l’ultima missione, poi mi sposo!”

di , 20 Settembre 2009 18:28

Matteo Mureddu, a maggio, emozionato, con un filo di voce, aveva confidato alla madre: «Stai tranquilla, questa è la mia ultima missione in Afghanistan. Eppoi, tutti insieme, pensiamo al matrimonio. Con Alessandra, abbiamo deciso la data: il 13 giugno».
Alle 12.40, ora di Kabul, tutti i sogni sono stati spazzati via. Quelli del parà Matteo Mureddu, 26 anni, compiuti il 7 agosto, della madre Greca, del padre Augusto e anche di Alessandra Fiori, la fidanzata del caporalmaggiore della Folgore. Sogni dilaniati, fatti a pezzi dall’autobomba esplosa in mezzo ai due gipponi "Lince" sulla strada per l’aeroporto.
Molto lontano, troppo, dalla casa in fondo alla strada intitolata a Papa Giovanni,
ultima via di Solarussa, paese della provincia di Oristano, duemila abitanti e sulle guide turistiche conosciuta per una Vernaccia che profuma di ginepro.
Qui è nato Matteo Mureddu, in una villetta tirata su dal padre allevatore, con il soldi del latte e della lana del suo piccolo gregge.
Ma anche con gli ingaggi all’estero dei due figli militari di carriera nella Folgore, Stefano, il primogenito, e Matteo, l’ultimo nato.

«I miei due gioielli», ha detto in cucina la madre al comandante generale dell’Esercito,

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ATTENTATO a Kabul: il dolore della mamma di Matteo «E la chiamano missione di pace»!

di , 18 Settembre 2009 08:57

Lo aspettavano tra poco più di un mese. Contavano i giorni che mancavano al momento in cui avrebbero di nuovo rivisto il loro Matteo varcare la soglia di casa. Invece, il portoncino marrone ieri mattina si è aperto quando alla porta ha bussato il generale Sandro Santroni, comandante militare della regione Sardegna.

A quel punto non c’è stato bisogno di parole. 
Il padre Augusto e la madre Greca hanno capito che avrebbero avuto indietro una bara al posto del loro ragazzo quando hanno visto la macchina dell’Esercito fermarsi in via Giovanni XXIII. E da quella stessa porta, da quel momento in poi, è stato un silenzioso e composto via vai di parenti, amici di famiglia, autorità e compaesani. Molte ore dopo, quella porta si aprirà ancora.
Dalla casa esce l’onorevole Caterina Pes, deputato oristanese del Partito democratico, e le parole di Greca Mura prendono finalmente una forma meglio definita: «Sono increduli – ha affermato la parlamentare -, la madre è arrabbiata e si chiede perché si continui a chiamare missione di pace quella che in realtà è una guerra». 
Una frase dura, ma i pensieri nella mente della signora si affollano.

Ce n’è uno particolarmente dolce: «Avevamo già due figli grandi e Matteo era nato quasi per farci compagnia». Era il piccolo di casa. Matteo però ieri se n’era andato da qualche ora, dilaniato a 26 anni da un’autobomba. E con lui erano volati via i sogni di altre famiglie. http://www.corriere.it/Media/Foto/2009/09/18/vittime/MatteoMureddu.jpg
Quelle delle vittime dell’attentato e quelle di chi con Matteo aveva deciso di costruirsi la vita e il futuro. Doveva sposarsi il 13 giugno dell’anno prossimo.
Pochi mesi e avrebbe detto «sì» ad Alessandra Fiori, la fidanzata di Oristano
che attendeva il suo rientro a Siena, dove anche lei aveva trovato lavoro e viveva. Per stare vicino al suo Matteo, che da sette anni aveva intrapreso la carriera militare e che era di stanza nella città toscana. La storia in divisa di Matteo Mureddu era iniziata il 26 giugno del 2002.
Due anni più tardi era stato abilitato al lancio col paracadute e nel 2005 aveva preso parte alla prima missione all’estero. Per due mesi era stato con la Brigata Folgore nell’ex Jugoslavia, ancora provata dagli anni interminabili di una guerra sanguinosa e brutale. Poi la crisi in Libano e l’Italia si distingue per solerzia nel chiedere l’intervento delle forze multinazionali ed è tra i primi Paesi ad inviare i propri contingenti militari.
Matteo Mureddu partecipa all’operazione Leonte dal marzo all’ottobre del 2007, poi fa rientro a casa. In Italia, precedentemente, aveva già preso parte ad altre missioni come l’operazione Domino, da aprile a maggio del 2005. Tutti compiti importanti e difficili, ma mai come quello nell’Afghanistan di questi mesi. Il caporalmaggiore Matteo Mureddu non ha paura.
Ama il suo lavoro e fa di nuovo le valigie. 
È il 6 di maggio il primo giorno di missione a Kabul, esattamente pochi giorni dopo la partenza del contingente del quale faceva parte il fratello maggiore Stefano (36 anni) anche lui paracadutista ma di stanza a Pisa – è arrivato a Solarussa nella tarda serata di ieri -.
Quasi una staffetta, un simbolico segno di continuità, anche se Stefano Mureddu aveva trascorso i giorni della sua missione ad Herat e non a Kabul. Da così lontano Matteo Mureddu non dimentica i suoi cari. Costantemente li chiamava al telefono. L’ultima telefonata è di due giorni fa. Parla con la madre e dice che va tutto bene, poi si immerge di nuovo nel lavoro. Sino a ieri mattina, quando faceva parte del convoglio saltato in aria.
Ore di angoscia al diffondersi delle prime notizie,
poi l’angoscia si trasforma in dolore silenzioso. I genitori – il padre Augusto è allevatore, la madre Greca Mura gli dà una mano importante e bada alle faccende domestiche – si rinchiudono dietro il portoncino marrone. Abbassano anche le tapparelle e fanno entrare in casa solo i parenti stretti e le autorità. Provano a portar loro conforto il parroco di Solarussa Gianni Oro e don Gianfranco Murru, oggi sacerdote della parrocchia di Sant’Efisio ad Oristano, ma che a Solarussa ha trascorso gli anni della giovinezza di Matteo Mureddu.
È lui il primo a raccontare del dolore che si sta consumando dentro la casa, dove assieme ai genitori c’è anche Cinzia, la sorella di Matteo che appena un mese aveva salutato la nascita della sua bambina. La festa è durata poco, ora c’è il pianto.
«Sono distrutti – racconta don Gianfranco Murru -. E anche per me è un dolore immenso. Conoscevo il ragazzo da tanto e non riesco a capacitarmi di quanto accaduto». È lo stesso don Gianfranco ad accompagnare verso le 17 l’arcivescovo Ignazio Sanna, che celebrerà il funerale ad Oristano la prossima settimana. «Ho trovato davanti a me una famiglia distrutta – ha raccontato monsignor Sanna -, le parole in questo momento servono a poco. La mamma non voleva che andasse in Afghanistan, ma lui era entusiasta».
La porta si richiude un’altra volta.
Nessuno ha voglia di sorridere, nemmeno guardando il fiocco rosa appeso al portoncino del primo piano, nella casa dove vive la sorella Cinzia che ha appena dato alla luce la nipotina che Matteo attendeva di conoscere al suo rientro.
…Ieri non era un giorno di gioia!
(Fonte:La Nuova)

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